Domande e risposte

Pubblicato il 11 gennaio 2014

TERAPIA PER IL DOLORE CERVICALE                                                     

Soffro da tempo di un intenso dolore cervicale per il quale non trovo soluzione. Il mio medico di base mi ha proposto di seguire un ciclo di tecarterapia; ha detto che è trattamento innovativo, naturale e molto efficace. Può spiegarmi come funziona e se ritiene possa essere valido nel mio caso?

Il nome corretto del trattamento a cui si riferisce il suo medico di base è endotermia capacitativa/resistiva o   terapia diatermica (tecarterapia è l’acronimo di Trasferimento Energetico Capacitativo e Resistivo) ed è effettivamente un sistema basato su una stimolazione dei naturali processi di riparazione dell’organismo tramite un aumento della temperatura focalizzato sui punti dolenti. Applicando degli elettrodi, si provoca un innalzamento controllato della temperatura, che determina la comparsa di un flusso ionico finalizzato al rilascio di sostanze naturali (cortisolo ed endorfine). Queste sostanze offrono un’immediata riduzione del dolore, oltre alla riduzione degli edemi e delle infiammazioni. Inoltre, l’aumento localizzato della temperatura ha l‘effetto di richiamare un maggiore afflusso di sangue nella zona interessata e quindi la stimolazione della rigenerazione dei tessuti. Due le modalità di utilizzo di questa terapia: con elettrodi di tipo resistivo che operano a livelli profondi sui tessuti più densi (ossa e muscoli profondi), o tramite elettrodi di tipo capacitativo, ideali per intervenire a livelli sottocutanei (sistema venoso, linfatico, muscoli più superficiali); la prescrizione della corretta terapia (tipologia, tempi, modi) dovrà quindi essere personalizzata in base alle esigenze del paziente. I campi di applicazione, generalmente finalizzati a un più rapido recupero motorio, possono essere molteplici: dal trattamento dei postumi delle fratture al drenaggio degli edemi post traumatici, dalle patologie articolari alle artriti, tendiniti, sindrome dello sperone calcaneale, ma anche alcune patologie dermatologiche, la cura della cellulite e, per quanto riguarda il suo caso, il trattamento della cervicalgia, con ottimi risultati.

FRATTURA DEL PIATTO TIBIALE

Due mesi fa, a seguito di una frattura del piatto tibiale, ho subito un intervento chirurgico e mi hanno messo tre chiodi. Quando sono stata dimessa mi hanno raccomandato di non caricare la gamba per 60 giorni.

Il mio ortopedico adesso mi prospetta altri 30 giorni senza posare il piede a terra e questo mi ha demoralizzato. Devo davvero aspettare 90 giorni prima di poter riprendere a muovermi normalmente?

 

In caso di frattura del piatto tibiale, il periodo medio durante il quale è opportuno evitare di caricare il peso del corpo sull’arto varia da 60 a90 giorni. Non significa comunque che dopo questo periodo la frattura sia definitivamente guarita, ma solo che in base alla valutazione del tipo di frattura della riduzione e della fissazione ottenuta in sala operatoria si ritiene che l’osso sia in grado di sopportare il peso del corpo senza scomporsi o fratturarsi di nuovo. La guarigione definitiva richiede un periodo più lungo durante il quale l’osso in sede di frattura si “rimaneggia”, cioè si forma e si distrugge fino a diventare del tutto simile a quello presente nei segmenti sani e non fratturati. Solitamente dopo 60 gg è difficile che si possa riprendere un carico completo ed è più prudente concedere un carico parziale e progressivo per un altro mese. Dopo aver visionato tutta la documentazione, lo specialista può però iniziare  a prescrivere di utilizzare le stampelle per camminare senza insistere sull’arto operato o iniziare una terapia di riabilitazione in acqua in modo da ridurre il peso del corpo per recuperare il movimento, il tono e il trofismo muscolare e recuperare la coordinazione motoria.

DOLORE DURANTE LA CORSA

Da un paio di mesi, mentre corro, sento un dolore localizzato nella zona del tendine del ginocchio, cosa posso fare? Mi hanno suggerito delle infiltrazioni, può essere una soluzione?

Nell’ipotesi di una tendinopatia della bendelletta ileo tibiale (così si chiama la zona interessata) esistono terapie diverse: farmacologiche, fisioterapie strumentali, kinesiterapia, terapia infiltrativa con farmaci e con fattori di crescita, fino a trattamenti chirurgici, nei casi più persistenti. Occorre innanzitutto definire la diagnosi e iniziare un percorso di trattamento che utilizzi vari presidi verificandone di volta in volta l’efficacia.

 

PROTESI AL GINOCCHIO

Nella primavera del 2011 sono stata operata per una condropatia di 3°emipiatto tibiale esterno con lesione del corno posteriore del menisco esterno tramite intervento chirurgico in artroscopia. Ora sono in lista per l’impianto di una protesi monocompartimentale. Recentemente ho fatto un ciclo di quattro infiltrazioni con fattori di crescita e mi sembra di stare molto meglio. A questo punto sono indecisa se affrontare il nuovo intervento: il trattamento con fattori di crescita potrebbe aver risolto il mio problema in maniera definitiva?

La decisione di protesizzare il ginocchio è molto delicata, dal momento che è una scelta senza ritorno. Impiantare una protesi significa asportare una parte dell’articolazione, ritenuta ormai completamente degenerata, e sostituirla con un elemento inerte costituito da metalli e polietilene. Occorre quindi essere molto precisi nella valutazione del singolo caso per operare la scelta migliore.

 

INCIDENTE SUGLI SCI

Sciando ho subito un trauma al ginocchio e la risonanza magnetica ha evidenziato quanto segue: “Aspetto meniscale esterno nei limiti. Fissurazione corno posteriore menisco mediale. Lesione legamentosa del crociato anteriore (LCA) e del collaterale mediale. Legamento crociato posteriore (LCP) e collaterale esterno inseriti. Falda di versamento in sede retrorotulea e nei recessi articolari. Segni di reazione sinoviale intercondiloidea con parziale interessamento del corpo di hoffa. Rotula in sede; tendine rotuleo inserito. Irregolarità margine osteocondrale inferiore condilofemorale esterno con associato edema sub-corticale. Area di edema subcorticale ed intraspongioso in sede mediana e laterale del piatto tibiale. Borsite tendine gastrocnemio-semimembranoso con modesta distensione della stessa”.  Cosa mi consiglia?

Tra le varie possibili lesioni capsulolegamentose del ginocchio, spesso si assiste all’associazione di lesione del legamento crociato anteriore (LCA) del legamento collaterale mediale (LCM) e del menisco mediale (chiamata “triade infausta”). Per motivi di biomeccanica quando questo avviene, spesso si determina una compressione sul comparto laterale del ginocchio (condilo femorale e piatto tibiale laterale) sede di una contusione ossea. La valutazione clinica dovrebbe guidare alla scelta del trattamento che può essere conservativo o chirurgico. Il destino più frequente è quello di un iniziale trattamento conservativo seguito dall’intervento di ricostruzione del LCA.

 

RIMOZIONE DEL FISSATORE ESTERNO PER OSTEOTOMIA

Ho subito un intervento di osteotomia tibiale e tutto sembra procedere per il meglio, vorrei sapere se la rimozione delle fiches viene fatta sotto anestesia o meno.

Gli interventi di osteotomia tibiale richiedono l’applicazione di un mezzo di sintesi (che può essere interno o esterno). Nel suo caso, deduco che si tratti di un fissatore esterno; esistono differenti sistemi di fissazione generalmente suddivisi in monoassiali e circolari (tipo Ilizarov) che utilizzano fili di Kirschner (dei fili di metallo di diametro variabile generalmente da 0,8 mm a 2 mm) o fiches o viti di Schanz di diametro maggiore (generalmente 0,4 – 0,5 cm). La rimozione di un semplice filo di Kirschner è un’operazione semplice che può essere affrontata senza anestesia o con una leggera anestesia locale. Un poco più impegnativa è la rimozione delle fiches. Nella mia pratica quotidiana preferisco rimuovere gli apparati di fissazione esterna con una sedazione in sala operatoria, in modo che il paziente non senta assolutamente nulla.

 

CONDROPATIA ROTULEA

Soffro di una patologia relativa alla condropatia retro rotulea che non condiziona la mia vita normale; da qualche tempo mi sono dedicato al ciclismo su strada senza avere alcun problema, mentre l’uso della mountain bike da qualche mese ha fatto ricomparire gonfiore, dolore articolare e versamento. Ho seguito una cura con antinfiammatori e applicazioni di ghiaccio e assumo glucosammina. Su consiglio del fisiatra, seguo un programma per il potenziamento dei quadricipiti (per impedire alla rotula, lievemente lateralizzata, di sfregare sulla cartilagine) e sto considerando l’ipotesi di fare delle infiltrazioni con acido ialuronico. Grazie a questi trattamenti, e a uno stop dell’attività di 20 giorni, le ginocchia non sono più gonfie, ma se flesse mi bruciano. Vorrei sapere se l’uso della mountain è controindicato rispetto alla mia patologia.

Nei casi di condropatia femoro-rotulea è consigliabile, per quanto possibile, ridurre gli sforzi a ginocchio flesso. La pratica della mtb è da ritenersi un esercizio “pesante” per l’articolazione femoro rotulea ed andrebbe perciò limitato. Questo perché gli sforzi a cui l’articolazione del ginocchio è sottoposta nella pedalata in salita e a causa delle continue accelerazioni e decelerazioni sono  improvvisi e massimali. In generale, è più consigliato il ciclismo su strada, dove lo sforzo è graduale e l’utilizzo del cambio consente di pedalare in scioltezza. Alcuni accorgimenti, quali l’utilizzo di un tutore per centratura di rotula, una terapia con condroprotettori e una buona preparazione muscolare, potrebbero aiutarla a migliorare la resistenza delle ginocchia alle sollecitazioni richieste dalla pratica sportiva.

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